1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 11 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26
Sala 22
IL COMPIMENTO
DELL' UNITA'
Il 17 marzo 1861 è proclamato a Torino nel Parlamento in Palazzo Carignano, il Regno d'Italia. È il coronamento del disegno di Cavour, il quale è giunto all'unificazione attraverso la politica delle annessioni (vedi la grande tela di Angelo Capisani che rappresenta Ricasoli che porta i risultati del plebiscito della Toscana), facendo leva sulle adesioni votate con i plebisciti indetti dai vari governi locali.
Nel settembre 1864 viene firmata una convenzione tra Francia e Italia; quest'ultima si impegna a non assalire lo Stato della Chiesa, da cui i Francesi dovranno ritirare le truppe. Si decide inoltre il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, provocando le violente reazioni dei Torinesi, represse sanguinosamente .
L'unità raggiunta si scontra anche con una serie di delusioni e di questioni non risolte, non ultima, nel meridione, la mancata ridistribuzione delle terre e il non riconoscimento ufficiale dell'esercito del sud che pure aveva dato un contributo decisivo alla guerra. L'estensione del sistema tributario piemontese a tutti i territori di nuova annessione finisce col provocare rancori mal repressi nei confronti del nuovo governo.
Questo complesso di situazioni spiega in parte il sorgere del fenomeno del brigantaggio: si tratta di una forma di guerriglia mal organizzata, ma capillare e di vaste proporzioni.
I briganti mancano di una connotazione politica che vada al di là di un vago anarchismo. Sono quindi facilmente strumentalizzabili sia dai reazionari borbonici sia dalle forze papaline contrarie al governo sabaudo (nel disegno si vede la banda del brigante Chivone - foto - nel refettorio dell'Abbazia di Trisulti). La dura legge che verrà emanata contro il brigantaggio, il cui testo è esposto in una bacheca, non solo prevede la pena di morte o di lavori forzati a vita per i briganti ma colpisce pesantemente chiunque in qualche modo favorisca la loro azione.
In tale contesto di inquietudini e di misure repressive, che caratterizzano il nuovo Stato italiano, si può forse meglio comprendere il significato dei preparativi di Garibaldi (ritratto in una tela di F. Rossetti con dedica) che mira alla presa di Roma.
Mentre il governo tenta una soluzione diplomatica della questione romana, nel 1862 Garibaldi fa il suo primo tentativo di conquista armata della città, guidando dalla Sicilia un gruppo di volontari nella speranza che il ministero Rattazzi tacitamente lo appoggi o perlomeno non lo ostacoli. Il timore delle conseguenze internazionali, che ne sarebbero derivate, induce il governo ad inviare l'esercito regio contro Garibaldi, che ad Aspromonte (foto) è ferito ed arrestato. I due proclami esposti nella sala, uno di Garibaldi e uno di Vittorio Emanuele II, evidenziano bene il contrasto tra le due parti. L'episodio ha comunque una risonanza europea e Garibaldi vede aumentato il suo prestigio. Ne è dimostrazione la quantità di quadri e oggetti commemorativi qui esposti; tra cui immagini del suo ferimento ad Aspromonte.
Il governo aveva nel frattempo proseguito la sua opera per il compimento dell'unità. Nel 1866, alleandosi con la Prussia contro l'Austria riesce ad ottenere l'annessione del Veneto, da cui restano ancora escluse Trento e Trieste. Nella guerra, però, segnata dalle due sconfitte di Custoza e di Lissa, il Regno d'Italia si vede assegnato il nuovo territorio solo attraverso la Francia a cui era stato ceduto dall'Austria.
In questa guerra l'unica vittoria è quella conseguita da Garibaldi a Bezzeca (21-VII-1866), dove viene comunque costretto a troncare le operazioni pronunciando il famoso «Obbedisco» (di cui si vede il facsimile del telegramma in una bacheca).

La conquista del Veneto e le gravi conseguenze economiche, sia per i costi della guerra stessa sia perché l'Italia si carica, all'atto dell'annessione, del debito pubblico veneto, contribuiscono in parte all'inasprimento della politica fiscale del ministro Quintino Sella (1827-1884) (foto) che, nel 1868 impone la famosa quanto impopolare tassa sul macinato.
Dopo il 1866 Garibaldi tenta nuovamente la conquista di Roma: l'idea è quella di provocare un'insurrezione nella città mentre i volontari garibaldini si avvicinano. Si ha una prima sconfitta a Villa Cairoli, e una seconda a Mentana ( 3-11-1867 ), in cui i garibaldini sono definitivamente sconfitti da un contingente francese, guidato dal generale Oudinot (1791-1863), accorso in aiuto delle truppe pontificie.
La Francia a sua volta è sconfitta a Sédan il 1° settembre 1870 dai Prussiani ed il Regno d'Italia, libero dagli impegni assunti con la Convenzione del 1864, decide di occupare Roma.

Il 20 settembre dello stesso anno un contingente di bersaglieri, guidati dal generale Raffaele Cadorna (1815-1897), entra nella capitale attraverso la breccia di Porta Pia, qui illustrata da una fotografia d'epoca (foto); lo stesso giorno la città diventa capitale del regno.
Il 1870 è anche l'anno dell'ultima campagna militare di Garibaldi. Egli infatti accorre per aiutare la Francia, divenuta repubblicana dopo Sédan e minacciata dai Prussiani; ancora una volta l'unica battaglia vittoriosa è quella di Garibaldi nella zona dei Vosgi nel 1871.
Dopo questa impresa il generale si ritira definitivamente a Caprera; a questo periodo risale anche il suo allontanamento ideologico da Mazzini, che nel 1871 disapprova ampiamente la Comune di Parigi (il governo popolare e operaio nato dalla insurrezione del 18-3-1871 e represso nel sangue), appoggiata invece da Garibaldi. Contemporaneamente si manifesta anche la sua simpatia per l'Internazionale socialista, prima associazione internazionale dei lavoratori sorta a Londra (1864-1876). Forse è questo maggiore impegno politico che lo spinge, nel 1872, a tornare in Parlamento, accostandosi alle sinistre ed impegnandosi più concretamente sul terreno costituzionale. Frattanto il bisogno di guadagnarsi da vivere ed il desiderio di continuare a lottare anche quando cessa l'azione militare, lo spingono verso la letteratura. Scrive i romanzi «Clelia, ovvero il governo dei preti», «Cantoni il volontario» e l'opera autobiografica «I Mille». I libri, seppure privi di valore specificatamente letterario, riscuotono un enorme successo e sono tradotti in molte lingue, suscitando la indulgente ammirazione di letterati quali Victor Hugo (1802-1885), Edgar Quinet (1803-1875) e Alexandre Dumas (1803-1870).
In questa sala è esposto un documento di grande originalità: la serie di disegni del giornalista torinese Federico Zuccaro (1847-1925) eseguiti a Caprera dal 2 all'8 giugno 1882. I disegni, oltre a documentare la morte di Garibaldi. sono un interessante esempio di «réportage» del tempo.
ritorno