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Sala 19
GARIBALDI E I MILLE
Nel 1859 il regno borbonico si avvia verso una crisi profonda in cui Francesco II (1863-1894), successore di Ferdinando II (1810-1859), non riesce a conciliare le forze liberali moderate con la dinastia, e rinnovare le istituzioni in senso democratico e parlamentare. Il Partito d'Azione, tra le cui fila milita Garibaldi, assume l'iniziativa di una vasta insurrezione nel Sud, prendendo come base la Sicilia, dove le forze di opposizione ai Borboni sono più consistenti anche per la presenza di fermenti separatisti. Il 4 aprile 1859 scoppia a Palermo una rivolta, repressa sanguinosamente; l'insurrezione si riaccende nelle campagne per opera di Rosolino Pilo (1820-1860) e Giovanni Carrao. Sollecitato da Francesco Crispi (1818-1901), Garibaldi decide di intervenire.
Risalgono a questo periodo le lettere scambiate fra Garibaldi e il generale Pallavicino e una curiosa stampa, che raffigura Garibaldi nel '49, '59 e '60: sono da notare le diverse fogge d'abito che ben caratterizzano i tre periodi della sua vita da rivoluzionario a generale sardo. I preparativi per la spedizione dei Mille (foto) avvengono con l'arruolamento di volontari da ogni parte d'Italia. Tra i nomi che resteranno famosi sono Francesco Crispi, Nino Bixio, Benedetto Cairoli, Ippolito Nievo, Cesare Abba, Felice Cavallotti. I «Mille» partono da Quarto (Genova) nella notte del 6 maggio 1860. Controllati a distanza dalle navi dell'ammiraglio Carlo Pellion di Persano (1806-1883), che aveva ricevuto da Cavour l'ordine di arrestare la spedizione solo se questa avesse toccato un porto sardo, essi imbarcano nuove armi a Talamone e giungono a Marsala l' 11 maggio. A Salemi, Garibaldi assume la dittatura in nome di Vittorio Emanuele; il giorno seguente respinge a Calatafimi le truppe nemiche, bene armate ma mal dirette. I Mille, rafforzati da alcune centinaia di insorti (i picciotti), puntano su Palermo, dove l'esercito borbonico si arrende il 6 giugno. In seguito all'aspra battaglia di Milazzo (20 luglio) l'intera isola, fatta eccezione per la cittadella di Messina, viene liberata.
Sulle pareti della sala, moltissimi quadri, stampe, caricature, illustrano i momenti più famosi dell'impresa; in particolare un pannello (3) è interamente dedicato alla documentazione della dittatura di Garibaldi in Sicilia e alla prodittatura di Agostino Depretis (1813-1887). Nelle bacheche sono esposte le «camicie rosse», (foto) vera e propria divisa improvvisata, fin dai tempi in cui Garibaldi era in America, in mancanza di uniformi ufficiali. La grande quantità di oggetti personali, come il poncho e la papalina, di materiali e cimeli curiosi, come la scatoletta donata a Cavour con una ciocca dei suoi capelli, (foto) testimoniano la grandissima popolarità di cui Garibaldi godeva presso i suoi stessi contemporanei.
Di fronte ai successi dell'eroe, Francesco II tenta di correre ai ripari ripristinando (25 giugno) la Costituzione del '48 e formando un nuovo ministero. Lo sbarco in Calabria di Garibaldi avviene il 20 agosto. Il 6 settembre, constatata l'impossibilita di difendere la capitale, Francesco II si ritira nella fortezza di Gaeta: il 7 settembre, Garibaldi entra trionfalmente a Napoli, accolto come un liberatore. Contemporaneamente, un'insurrezione negli Stati Pontifici offre a Cavour il pretesto per intervenire nell'Italia Centrale con l'evidente proposito di porre sotto controllo militare l'impresa garibaldina. Al comando dei generali Manfredo Fanti (1808-1865) ed Enrico Cialdini (1811-1892), le truppe regie occupano, in settembre, le Marche e l'Umbria; il 18 sconfiggono l'esercito pontificio a Castelfidardo. Intanto il conflitto tra Cavour segue e Garibaldi segue diventa acutissimo: quest'ultimo chiede al Re il licenziamento del primo ministro. Cavour preoccupato della ripresa del Partito democratico, il cui programma è l'Assemblea costituente e la presa di Roma, è deciso ad imporre la propria soluzione legale basata sui plebisciti.
Con la battaglia del Volturno Garibaldi ottiene la sua più grande vittoria militare. Il 13 ottobre le truppe piemontesi, guidate personalmente dal Re, varcano le frontiere napoletane. Cavour fa approvare alla Camera una legge sull'annessione incondizionata del Mezzogiorno, che viene votata il 22 ottobre. Garibaldi consegna idealmente il Sud a Vittorio Emanuele nei pressi di Teano il 26 ottobre e parte per Caprera. Le operazioni militari si concludono con la resa di Gaeta il 13 febbraio 1861. Il 17 marzo, riunione del Primo Parlamento Italiano, nella sede provvisoria del Cortile di Palazzo Carignano, Vittorio Emanuele II è proclamato re d'Italia e dopo dieci giorni Roma viene designata capitale del nuovo Regno. Il piccolo quadro «Sentinella garibaldina» (foto) è un'opera di Girolamo Induno (1827-1890), donata al museo dal Ministero della Pubblica Istruzione; stessa provenienza ha la tela (8) che rappresenta l'inaugurazione del Parlamento italiano il 2 aprile 1861; l'autore è Pietro Tetar Van Elven di Amsterdam (1831-1908) pittore ufficiale del re. Artisticamente notevoli sono pure i due bozzetti in gesso di Davide Calandra (1856-1915), uno dei quali scelto per il monumento di Garibaldi a Parma.
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