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Piemonte dal Vivo - In viaggio negli spettacoli fra cultura e turismo

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La fotografia tra danza e backstage

Piemonte dal Vivo incontra Marco Benna del Festival delle Rocche

Marco Benna

Se lo spettacolo dal vivo è rendere presente attraverso la presenza; se, il suo tempo e il suo spazio sono quelli dell'incontro e dello scontro; se è vero che il suo respiro sta nella parola detta e nell'azione agita, quasi stupisce che - fin dalla seconda metà dell'800 - la fotografia sia stata per l'esibizione live un prezioso compagno di viaggio. E se, parlando di danza, viene subito in mente la grande ballerina Anna Pavlova - di lei raccontano che, temendo che la macchina fotografica violasse l'aura dello spettacolo teatrale e la sacralità della sua illusione, stesse in posa per i 20 minuti richiesti allora dallo scatto teatrale - è chiaro che molto nel tempo è cambiato, e non solo nella tecnica. Ne parliamo con Marco Benna del Teatro della Terra. Ad incuriosirci è il progetto fotografico da lui condotto negli anni per il Festival delle Rocche, manifestazione che ha al suo centro la danza e la musica contemporanea, ma che si propone di dialogare anche con altri linguaggi, come la grafica e la fotografia, poiché è nell'interazione tra i linguaggi delle arti che trova per sé una casa. Incontro Marco insieme a Roberto Polizzi, un giovane fotografo torinese, nonché blogger di DAMS dal Vivo, in un dialogo a tre che restituisce, della fotografia, uno scatto personale.

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foto di Marco Benna Ogni fotografo ha un progetto che può essere documentaristico, descrittivo, può invece tradursi in un segno espressivo molto forte, può coincidere con l'angolo visuale dello spettatore, oppure può privilegiare il segno dell'emozione anche fino al limite dell'astrattismo. La ricerca iconografica di ciascuno è quindi fortemente caratterizzata. Qual è la tua ricerca stilistica?
Parlare di ricerca stilistica è un po' anche parlare di quello che si è capito di sé, rispetto alla fotografia, e di quello che gli altri in qualche modo ti ridanno. Almeno, per me è così. Dal mio punto di vista la fotografia è un meccanismo di scoperchiamento: mi permette di scoperchiare le cose che vedo e incontro, e di conseguenza anche me stesso, rispetto alle cose con cui entro in relazione. Riguardando e facendo vedere ad altri le mie foto, soprattutto quelle di danza, il rimando è interessante: sebbene non siano documentaristiche, e guardandole non si capisca lo spettacolo, la maggior parte dei danzatori ci si ritrova, rivede nello scatto l'intensità del suo gesto, la propria intenzione. Sono fotografie, diciamo così, espressive, che partono dal mio punto di vista rispetto alla scena, che raccontano questa connessione. Questo per quanto riguarda lo stile. Poi c'è una ricerca formale, che non rinuncia ad avere attenzione per la composizione, e che si ritrova anche nelle fotografie di paesaggio e in Back (il progetto dedicato al dietro le quinte), sebbene in quest'ultimo caso le foto siano apparentemente molto più sporche, più in presa diretta, più vicine al reportage. La consapevolezza visuale è però molto alta.
In questo caso ti aiuta conoscere prima danzatori e coreografi, o comunque i soggetti dei tuoi scatti?
Le situazioni in questo senso sono così diverse che è difficile comportarsi in un unico modo. Conoscere un artista due ore prima dello spettacolo può non avere molto senso. Mi interessa di più vedere lo spettacolo prima, capire cosa succede. Con la danza contemporanea aiuta molto perché la velocità in qualche modo rende più difficoltoso il fotografare. In progetti come Back invece la conoscenza reciproca, l'empatia che si viene a creare, permette di abbandonare certe difese reciproche. Il fotografo che si sente a casa sua tutto sommato fotografa meglio.
Parliamo di Back, il tuo progetto fotografico dedicato al racconto del dietro le quinte di un evento artistico. E' una scelta insolita: oggi, come già nella seconda metà dell'800, chi opera in questo settore sa che il lavoro del fotografo è spesso considerato in funzione della promozione dello spettacolo che deve andare in scena...
foto di Marco Benna Il fatto che la fotografia non sia la mia principale fonte di reddito, mi permette di essere un po' più libero e di scegliere i lavori che mi interessano. Vediamo fino a che punto sarà possibile farlo. Una volta scelto il lavoro, l'accordo è questo: faccio delle foto, se poi ti piacciono le userai. Avrai in cambio qualche fotografia da utilizzare a tuo piacimento, io però potrò usarle come vorrò (in una mostra, in un libro...). Fino ad ora tutte le persone che ho incontrato per Back, erano molto interessate all'idea di un racconto fotografico del backstage. L'idea - molto sviluppata nel cinema - la si è vista meno in alcuni campi. Quando non ci sono delle risorse, ci si affida a non professionisti. In questo caso, però, c'è una mancanza di progettualità che non ti permette, nel tempo, di definire dei modi, degli stili.
L'utilizzo di questo morbido bianco e nero sembra quasi in contrasto con la ricchezza di luci e colori legata allo spettacolo dal vivo. Sembra quasi un silenzio. Una sospensione del tempo...
Ho scelto il bianco e nero perché l'ho sempre amato molto, ma poi ti consente un approccio di attenzione alla composizione che rende più pulita l'immagine. Il colore ha una capacità espressiva del colore in sé. Puoi fotografare qualsiasi cosa, ma un bel rosso è un bel rosso, che tu abbia di fronte un danzatore o un palazzo. Il bianco e nero pulisce di più, rende più conto di quello che hai davanti. Io non documento lo spettacolo, ma rendo conto del mio punto di vista e della necessità in qualche modo di costruire una relazione con ciò che hai davanti.
La fotografia di spettacolo, intesa come genere specifico, nasce con l'invenzione della fotografia stessa, raccogliendo l'eredità della lunga tradizione iconografica precedente che ha avuto la sua massima diffusione nel '700 con la stampa litografica. Il materiale prodotto nel corso dei secoli - presente in fondi, archivi pubblici e privati, negli uffici dei teatrali - rappresenta un patrimonio forse poco valorizzato...
Non ho una conoscenza approfondita in merito, ma sarebbe interessante rendere fruibile questo patrimonio. In Italia esistono dei grandissimi fotografi, in campi anche diversi. Il materiale che abbiamo è grande e straordinario, ma mancano dei progetti che consentano alla fotografia di diventare qualcosa di permanente, benché negli ultimi anni siano nati dei musei e dei centri dedicati alla fotografia. Il fenomeno in realtà si sta consolidando. Sarebbe interessante una collaborazione tra chi si occupa di fotografia e chi di spettacolo, trovare una casa che possa ospitare l'uno e l'altro, in modo tale che si possa sviluppare questo discorso. Lasciarlo in mano ad un privato, per quanta buona volontà ci sia, è sempre limitante.
Cosa ne pensi delle mostre fotografiche che negli ultimi anni abitano gli spazi della nostra città? Penso a quelle allestite in piazza San Carlo o sotto i portici di via Po...
Dove la fotografia viene promossa, mi piace, penso che sia un linguaggio di base. Facendo riferimento ai dibattiti che si svolgono anche sui forum più accreditati, io penso che sia prima di tutto un grande mezzo di comunicazione, e che poi possa anche essere arte. Non mi interessa che diventi arte, anche perché dalle avanguardie in poi il linguaggio dell'arte è stato destrutturato, anche se il mercato dell'arte ha interesse a metterla continuamente in gioco. La fotografia non è solo quella che vedi nelle mostre, è quella che tu tutti i giorni consumi, sulle riviste e sui giornali. Il fatto che diventi uno degli elementi della città è interessante, con una sua dignità, un suo spazio, un suo discorso. Diventa parte del tessuto sociale.
So che tu hai fatto degli studi con Fontana. Quanto gli studi con questi grandi maestri possono essere importanti per la propria esperienza personale, per la formazione del tuo stile?
Sono assolutamente importanti. Vale tantissimo stare quattro o cinque giorni con un fotografo di un certo calibro, perché spesso ti da anche un metodo, altre volte ti da una visione personale su cui tu puoi in qualche modo relazionarti. Anche per differenziarti, per scoprire che la tua visione non è la sua. Spesso sono persone anche umanamente interessanti, per cui - anche solo per questo - può essere una bella esperienza. Il problema sono i costi alti, ma penso che per un giovane che voglia imparare a fotografare, in assenza di scuole particolari - in Italia questo è un altro grande problema - l'esperienza con un grande fotografo sia senza dubbio da consigliare.
foto di Marco Benna Usi due metodi di lavoro diversi tra paesaggio e Back o le foto di danza. Nel primo, il colore è estremamente ricalcolato, in Back usi invece il bianco e nero e una granosità molto forte. Quale ti diverte di più?
Bhe, questi tre progetti che ho messo sul sito non sono gli unici. Per altri - come quello realizzato in carcere seguendo uno spettacolo di Miyazaki, o quello realizzato in una comunità per minori - c'è un problema di diffusione delle immagini. Mi piacciono comunque tutti e tre, sono tre modi di fotografare diversi. Mi piace scattare delle fotografie molto attente anche al colore, come utilizzare una pellicola tirata a 3200 ASA con due lampadine che appena appena metto a fuoco.
Analogico e digitale?
Analogico adesso, ma per una questione di costi. Ho un'apparecchiatura Nikon con tre obiettivi che per me sono fondamentali per il tipo di fotografia che faccio - il 20, indispensabile per le condizioni di spazio che trovi, un 35/105 che ti permette un buon range di focale e l'80/200 che utilizzo molto per le foto degli spettacoli di danza - e tutti sono molto luminosi, con un 2,8 di diaframma. Io le prendo, le metto su digitale e mi arrabbio perché mi trovo un 30, un 52 etc. Mi viene voglia di ricomprare tutto, ma la spesa sarebbe significativa, e poi l'evoluzione digitale è tale, che devi stare attento.
Il digitale ti permette di fare qualsiasi tipo di ritocco, anche di ridimensione dell'immagine. Tu sei d'accordo con questo tipo di operazione che può arrivare a trasformare completamente lo scatto originale?
Io mi occupo di comunicazione. Per lavoro l'abbiamo fatto. Abbiamo ad esempio cancellato i brufoli dovuti ad una scorpacciata di Nutella, ad una ragazza che stava posando per un set fotografico. Questo tipo di operazione va benissimo. Per le mie fotografie, però, ho un approccio opposto. Lo scatto, nel mio modo di lavorare, è fondamentale. La fase successiva di sviluppo e di stampa è fondamentale per lavorare sui contrasti o su altro. Intervengo con Photoshop solo quando c'è stato un problema. E' una questione personale, solo tua: tu cosa vuoi fare con il tuo progetto?

5/03/2007, Paola Bologna e Roberto Polizzi, Torino

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