Quaderni della Regione Piemonte

15 - MAGGIO 1999

Riso crodo
Un problema in più per i risicoltori piemontesi

Teodora Trevisan

L’obiettivo? Essere sulla bocca di tutti.
Riso come alimento, riso come problema, riso come risorsa, riso e pianto, riso e protesta, riso che fare.
Per ora se ne parla molto, convegni, incontri, proteste, rivendicazioni.
Si spera che tutto ciò serva ad un riassestamento di quello che fino a poco tempo fa era un settore che andava a gonfie vele e che oggi soffre di "stordimento" dovuto, tra le molte cause, alle onde d’urto della globalizzazione dei mercati e al complessivo ripensamento dell’impianto di protezione dell’agricoltura europea non protraibile ulteriormente senza incorrere in un rischio di collasso.
Se il nodo cruciale pare in ogni caso quello della commercializzazione, ancora permangono problemi produttivi come quello delle scelte varietali o degli aspetti fitopatologici.
E’ il caso del riso crodo, nemico subdolo, più pericoloso dei mercati internazionali.
Questa infestante del riso coltivato ha raggiunto ultimamente preoccupanti livelli di diffusione, incidendo fortemente sulla gestione produttiva delle aziende.
Il problema è quello di riuscire ad adottare interventi di lotta ambientalmente sostenibili conciliandoli con le esigenze economiche della produzione.
Per fare ciò i ricercatori stanno approfondendo le conoscenze sulle caratteristiche biologiche della malerba.
Sono stati questi i temi di discussione dell’affollatissimo convegno svoltosi nel febbraio scorso nell’Aula Magna della Facoltà di Agraria, organizzato dal Dipartimento di Agronomia, selvicoltura e gestione del Territorio dell’Università di Torino.
La stretta interconnessione tra gli aspetti produttivi e quelli economici imponevano un inquadramento complessivo della "problematica riso" che è stata ampiamente illustrata dalla relazione introduttiva di Luigi Castellani.
La relazione, di straordinaria efficacia nel voler portare a sintesi una materia che presenta aspetti così variegati ha delineato innanzi tutto il "peso" del comparto risicolo in Italia e nella nostra regione attraverso i numeri che ne delimitano la struttura.
Sono presenti, a livello nazionale, circa 6 mila aziende con una superficie media superiore ai 40 ettari per un totale di 220 mila ettari di superficie interessata alla coltura.
La produzione si aggira su 1,3 milioni di tonnellate di cui circa la metà è piemontese. Si tenga conto che il riferimento mondiale è di 500 milioni di tonnellate.
Sul fronte dei consumi, ha sottolineato Castellani, ci troviamo di fronte ad un mercato non in equilibrio. A livello di Unione Europea i consumi riguardano per il 43 per cento la varietà indica e per il restante 57 per cento la varietà japonica. In Italia è decisamente predominante il consumo della varietà japonica.
La crisi del settore incomincia già nel 1996, quando la rivalutazione della lira e l’abbassamento dei prezzi a livello mondiale segnano un’inversione di tendenza rispetto a quei fattori economici che ne avevano favorito lo sviluppo anche in termini di superficie investita.
La situazione, ora, si è fatta preoccupante, ha detto Castellani, dopo che gli ultimi negoziati GATT hanno messo in discussione il sistema di protezione e si è avuta una riduzione delle sovvenzioni alle esportazioni.
La riduzione dei prezzi nel corso delle ultime tre campagne è stata intorno al 15 per cento.
Tuttavia, ha precisato Castellani, il riso, rispetto ad altre evoluzioni del mercato come la prospettiva dell’allargamento ad Est dell’Unione europea, risentirà meno delle implicazioni conseguenti che saranno invece più pesanti per altri comparti agricoli. L’allargamento riguarda, infatti, paesi che sono importatori strutturali di riso. Sotto questo profilo si possono quindi aprire prospettive di penetrazione di nuovi mercati. Non solo. I consumi nella Unione europea sono tra i più bassi del mondo. C’è quindi spazio per una potenziale crescita.


E’ cosa discutibile, ha affermato infine Castellani, aver assimilato il comparto riso a quello degli altri cereali. Per le sue peculiarità, infatti, esso andrebbe trattato alla stregua dei prodotti coloniali. Se la politica dei paesi avanzati, infatti, in genere deprime quella dei paesi in via di sviluppo, per il settore risicolo è vero il contrario.
Dopo l’ampia relazione socio-economica di Castellani, della quale si sono qui accennati soltanto alcuni punti salienti, il convegno è proseguito affrontando le problematiche tecniche dovute all’infestazione da riso crodo.
La malerba risulta presente in Italia fin dal 1800, ha detto Aldo Ferrero, dell’Università di Torino, nella sua relazione. ma i danni, fino al 1960, sono stati contenuti.
la diffusione dell’infestante è risultata successivamente in crescita a causa di molti fattori quali la semina diretta, l’utilizzo di diserbanti selettivi, l’abbandono della monda manuale, la diffusione di risi di tipi indica, di utilizzo di sementi inquinate e così via.
Il crodo è caratterizzato da un maggior vigore vegetativo rispetto a quello evidenziato dalla maggior parte delle varietà coltivate. Ha taglia elevata, rilevante numero di culmi di accestimento, cariossidi che "crodano" e alimentano la "banca semi" del terreno.
Spesso la grana è colorata di rosso, da cui il nome di red rice, e mescolandosi a quella del riso causa un deprezzamento del prodotto.
I danni quindi riguardano la riduzione della produzione e il peggioramento della qualità del risone.
Ferrero ha poi illustrato gli interventi di lotta. Quelli indiretti consistono nell’utilizzo di semente certificata, nella pulizia delle attrezzature, nella rotazione colturale, nella lavorazione del terreno e nella corretta gestione delle acque.
La lotta diretta viene invece attuata con il diserbo in pre-semina, con la "falsa semina", con interventi di soccorso, con l’utilizzo di varietà transgeniche.
Esistono tuttavia, ha precisato Ferrero, limiti imposti dalla legislazione ( come la percentuale ammessa di seme infestante nella semente di riso), limiti agronomici (assenza di rotazioni, lotta chimica e meccanica insufficiente) e limiti biologici a causa della elevata affinità fisiologica.
Esiste un progetto di ricerca a livello europeo che mira a caratterizzare il comportamento biologico della malerba per mettere a punto i metodi di lotta più efficaci.
Su come si combatte il riso crodo avvalendosi di interventi meccanici ha relazionato Paolo Balsari, dell’Università di Torino, che ha illustrato gli effetti della preparazione del letto di semina e l’importanza delle carreggiate nel contenimento dell’infestante. Gli studi hanno rilevato che vi è un’infestazione maggiore utilizzando ruote in acciaio (quelle di uso più frequente) mentre è inferiore con ruote gemellate e ruote larghe.
Dell’utilizzo di mezzi chimici di lotta ha parlato poi Maurizio Tabacchi dell’Ente Risi illustrando i risultati di una sperimentazione condotta presso il Centro di Ricerche sul riso di Castello d’Agogna in collaborazione con l’Università di Torino.
Si sono avuti risultati interessanti, ha detto Tabacchi, sia in pre che in post emergenza. E’ emersa l’esigenza di disporre di prodotti registrati nella fase di pre-emergenza e la necessità di ulteriori sperimentazioni in diverse condizioni pedoclimatiche.
Sui metodi di lotta ha inoltre parlato Francesco Vidotto, Dell’Università di Torino mentre Franco Miserocchi, Presidente dell’Ordine degli Agronomi di Novara, si è soffermato sugli aspetti economici della lotta al riso crodo. Occorre debellare il crodo, ha sostenuto Miserocchi, anche rinunciando a parte dell’utile. L’obiettivo, oggi, ha proseguito, è raggiungere una produzione media aziendale di 70 quintali ad ettaro con un livello qualitativo che soddisfi il mercato (con assenza o con pochi difetti). I costi attuali dell’infestazione da crodo risultano essere, infatti, secondo le stime di Miserocchi, variabili da 400 a 500 mila lire ad ettaro, pari a circa il 10 - 12 per cento della PLV aziendale e imputabili per il 25 per cento al costo dell’intervento e per il restante 75 per cento al calo produttivo.

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